BIOGRAPHY

Marco Merati Fotogrago
Marco Merati

L’ho scoperto solo molti anni dopo, ma quella fu un’estate formidabile.

Un viaggio in macchina da Milano fino a Tirebolu, un piccolo paese sulla costa turca del Mar Nero, ai confini con la Russia, dove nacque mio zio. Già, perché c’era ancora la Russia (o meglio l’URSS) e la Jugoslavia.

C’era ancora il comunismo, le frontiere con mille controlli, poche autostrade, nessun autogrill, solo trattorie di campagna e coltivazioni sconfinate di granoturco.

Un viaggio che ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Tutte le cose.

Avevo undici anni, c’era una Mercedes verde stracarica con annesso al rimorchio un piccolo motoscafo, i miei zii, ed il mondo che si spalancava davanti a me. Io non sapevo nulla.

Prima di partire, mia mamma mi regalò una piccola macchina fotografica: le fotografie stampate erano quadrate, con i colori che adesso si chiamerebbero vintage. Con quella ho scoperto qualcosa che non sapevo potesse esistere: la passione.

Non quella per le interminabili partite di calcio o la compagnia degli amici, non quella per il Subbuteo (in cui eccellevo) o le ragazzine a cui fare gli occhi dolci, ma la possibilità di guardare il mondo per come me lo immaginavo.

La fotografia aveva dato forma alla mia fantasia e quel viaggio stava realizzando la mia sete di conoscenza.

Ho fatto diversi viaggi nella mia vita, lunghi e lenti, ma sono convinto che tutto sia partito da lì.

Da un ragazzino con i pantaloni corti ed una maglietta a righe, con una piccola macchina fotografica a tracolla, che fotografava tutto quello che incontrava: le strade affollate di Ankara, le vecchie case di legno di Istanbul, le persone incontrate casualmente lungo il tragitto, i campi di mais, le spiagge deserte, i ristoranti vuoti di Sofia, i raccoglitori di “funduch”  (le ottime  noccioline turche), i parenti che venivano in visita in quella grande casa isolata sulle rive del Mar Nero, i miei nuovi amici con cui dividevo bagni al mare ed  enormi quantità di fichi e more.

Due episodi, in particolare, hanno acceso qualcosa che negli anni non si è più spento.

Un giorno, ad Istanbul, mi sono perso.

Stavo aspettando mio zio fuori da una banca: dentro c’era molto caldo, cosi sono uscito. Era un quartiere molto affollato, enormi macchine americane occupavano le strade, ed io invece di attendere cominciai a camminare. Una strada, poi l’altra, e mi persi; non sapevo più tornare indietro.

Ricordo con precisione il senso di meraviglia, di stupore, di calma inaspettata. In quegli interminabili momenti non ho provato paura e nella mia mente posso ancora risentire il pensiero di allora: “che bello perdersi”. Camminavo e scattavo fotografie e quella sensazione intima e profonda, di essere in pace nonostante mi fossi smarrito, non mi ha mai abbandonato.

Un’altra mattina invece, a Tirebolu, mi trovavo in spiaggia con mia zia.

C’era un sentiero che portava al mare, orlato di arbusti di more; la costa era enorme e deserta.

Una macchina si fermò, una Renault 4 rossa:  scesero due ragazzi con i capelli lunghissimi e vennero verso di noi. Chiesero un’informazione in inglese, ma capimmo subito che si trattava di italiani, così ci intrattenemmo con loro. Ci raccontarono del loro viaggio, da Torino fino all’India, attraverso l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq. Avevo la bocca aperta e non riuscivo a respirare: ero come incantato, li guardavo come se fossero due alieni che narravano di un viaggio interstellare tra le varie galassie dell’universo.

Molto tempo dopo finii gli studi di fotografia, ed iniziai a lavorare per un studio che si occupava di fotografia industriale ed architettura, passione che non mi ha più abbandonato.

Ho una predilezione per le fabbriche, per le architetture che conservano la memoria.

Ho sempre pensato che il degrado e la progressiva rovina di questi luoghi mantengano intatte la dignità ed il rispetto per la laboriosa fatica che si è appena spenta.

Al contrario, mi dicono meno, nonostante ne subisca comunque il fascino, le moderne strutture in vetro, stravaganti e avveniristiche.

Piuttosto, preferisco le architetture del periodo sovietico e sono rimasto colpito da certi quartieri periferici di Mosca o San Pietroburgo, dove vi sono edifici residenziali poveri e chilometrici, ma che trasmettono umanità, memoria e una certa forma di poesia.

Ho fotografato l’architettura e sono stato pubblicato su diverse riviste italiane: L’Arca, Costruire, Abacus, Ville & Giardini, Domus, CasaBella, VetroSpazio.

Ho lavorato per aziende italiane, straniere e studi di architettura, contribuendo alla realizzazione di brochure pubblicitarie. Ho preso parte a diversi concorsi, ho esposto alla Galleria “Il Diaframma” di Lanfranco Colombo.

Ho fatto da assistente a Tonino Conti, che considero uno dei più importanti fotoreporter italiani e che per me è stato fondamentale per capire la “differenza tra una bella fotografia ed una buona fotografia” ( cit. Ugo Mulas).

Negli anni’90 ho ritratto le fabbriche del quartiere Bovisa di Milano, in grande e medio formato, inseguendo, con pochi risultati, le lezioni di Gabriele Basilico, di Renè Burri, di Walker Evans, le visioni di Luigi Ghirri; scavalcando muri con un banco ottico ed un cavalletto pesantissimo. Entrando nella scomparsa “Sirio”, dove vivevano intere famiglie di nordafricani, nella “Ceretti & Tanfani” non ancora Politecnico, nella “Broggi” con i suoi enormi capannoni ed un guardiano che, seppur bonario, non esitava a cacciarmi fuori ogni volta. Anche il quotidiano La Repubblica si interessò a questo progetto, pubblicando sul settimanale di allora, il Venerdì, una breve intervista e qualche scatto.

Un giorno dalla mia Renault 4 rossa mi rubarono tutto. Fotografie e macchine fotografiche. Per anni non mi sono dato pace per questa vicenda.

Poi mia zia si è rifatta viva: il lavoro non girava come avrei voluto ed ero distratto da mille cose. Mi propose di lavorare nel turismo Così anche la mia fotografia cambiò: grazie a quella nuova esperienza riscoprii l’essere umano e la bellezza di ritrarre i volti delle persone incontrate casualmente in viaggio. Non ho mai lasciato il turismo e non ho mai lasciato la fotografia. Le due cose hanno sempre viaggiato in parallelo: ogni tanto una delle due prende il sopravvento, ma resistono ed esistono entrambe. Da quando avevo 11 anni. Durante lo scorso lockdown ho ricominciato, proprio in Bovisa, quel lavoro che, in fondo, non avevo mai concluso.

Come scrisse Karl Barth: ” Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale.”